Incontro di Verdeto 17 settembre 2017 – Relazione

Verdeto (PC), 17 settembre 2017

EMOZIONI

             colomba

  • Introduzione.
  • Definizione. 
  • Basi neuro-anatomiche e fisiologiche. 
  • Significato. Funzioni. Differenze con i Sentimenti. Ruolo dell’immaginazione. Emozionalismo. Dipendenze.  
  • Rapporto tra emozioni e ragione: tesi dell’Emozionalismo e loro critica; funzioni delle emozioni in rapporto al ragionamento. Intuizioni.

 

 

Nota introduttiva

Il percorso della nostra lunga e articolata riflessione sulla natura dell’uomo, sulla formazione dell’Io, sui fattori ambientali e storico-culturali che la influenzano, ci ha portato ad approfondire la nostra conoscenza sulle emozioni, sul loro significato, sulla loro relazione con la ragione, sull’ influenza che hanno sulla concezione e acquisizione delle virtù.

Sullo sfondo c’è la ricerca della salute, intesa in senso unitario come benessere delle dimensioni costitutive dell’uomo (corpo, mente e spirito).

Come tutto ciò che finora il Presidente ha proposto alla vostra riflessione, anche lo svolgimento di questo argomento si basa su dati e riflessioni ripresi dalla letteratura e da eminenti pensatori, con alcuni commenti personali che è del tutto lecito non condividere. Spero tuttavia si apprezzi la chiarezza della posizione di chi scrive, e il tentativo di provocare una proficua discussione fra i Soci che partecipano sempre attivamente agli incontri di Verdeto.

 

INTRODUZIONE

 

« Canta, o dea, l‘ira d’Achille Pelide,

rovinosa, che infiniti dolori inflisse agli Achei,

gettò nell’Ade molte anime forti

d’eroi, ne fece bottino per i cani,

per tutti gli uccelli – si compiva il volere di Zeus –

da quando per la prima volta la discordia divise

l’Atride signore d’uomini e il divino Achille. »

 

Mènin, ira, è la parola con cui si apre l’Iliade, opera tramandata per via orale, risalente a circa il 750 avanti Cristo: è il primo testo della letteratura greca e quindi della letteratura occidentale su cui si sono formate generazioni di giovani.

L’ira di Achille è la reazione emotiva all’essere privato dal re Agamennone del meritato bottino di battaglia, la schiava Briseide, e quindi della gloria e del riconoscimento del suo valore. L’affronto risulta insopportabile per due motivi: innanzitutto perché l’eroe perdendo la preda perde il rispetto degli altri guerrieri, secondo la mentalità del tempo centrata sulla competizione e sulla tensione al raggiungimento della virtù militare riassunta nell’essere “bello e valoroso”. In secondo luogo perché scatena l’invidia mimetica (l’oggetto del contendere è una bella schiava, resa ancora più desiderabile dalla presenza di un antagonista che se ne impossessa), invidia tanto più forte in quanto Achille, orgoglioso e brutale, è consapevole del suo privilegio d’essere figlio di una dea e di un re.

L’onta scatena un’emozione che si trasforma in fredda determinazione: per nove lunghi anni egli si astiene dai combattimenti, durante i quali muoiono molti Greci, tra i quali l’amico fraterno Patroclo, ucciso da Ettore, il vero antagonista di Achille che lo sfiderà a duello mortale. La violenza “mimetica” è la legge dei rapporti umani: a questa conclusione è pervenuta la riflessione di René Girard(1). Partendo dai conflitti del nostro tempo, egli sviluppa il concetto già intuito dal generale prussiano Carl von Clausewitz(2) che la guerra è la moltiplicazione all’ennesima potenza del duello tra due avversari decisi al reciproco annientamento: la guerra è uno scontro fatalmente portato all’estremo, un estremo apocalittico. L’irrazionalità sembra prevalere sul tentativo della ragione di porre freno ai conflitti (si pensi al documento di Kant a favore della pace perpetua(3)). Nel XX secolo fu un’emozione consapevole e non priva di ragionevolezza, la paura della guerra atomica, a evitare il conflitto fra le potenze occidentali e l’Unione Sovietica.

La nostra riflessione sulle emozioni prende opportunamente le mosse dalle prime parole dell’Iliade perché esse coinvolgono emotivamente (appunto!) la nostra attenzione sulla loro potenziale pericolosità per la sopravvivenza del genere umano.

Senza emozioni, peraltro, non c’è vita umana normale. Che cosa sono le emozioni?

 

DEFINIZIONE E SIGNIFICATO

 

Vi sono numerose definizioni di “emozione”; l’etimologia è latina, composta dal vero moveo e da ex, per cui potremmo definirla come un venir mossi dall’interno.

Intuitivamente tutti sanno che cos’è un’emozione, finché non viene chiesto di darne una definizione, e allora non ci si riesce, come acutamente descritto da Agostino(4).

Gli strumenti delle neuroscienze e la fenomenologia suggeriscono che l’emozione è una reazione psichica, un moto psichico che provoca una reazione organica (fisiologica, corporea) e un’attivazione della ragione che rende consapevoli della natura dell’emozione:

Le emozioni accadono nell’intimo dell’uomo, ma immediatamente dopo egli ne è cosciente” (5) – eccetto il caso dell’alessitimia, una condizione di mancata percezione e definizione delle proprie e altrui emozioni che si può verificare per esempio nell’anoressia.

Va precisato che soprattutto nel bambino, ma talora anche nell’adulto, le emozioni conservano una conoscenza indistinta, preverbale del loro oggetto, e pertanto non tutte hanno un contenuto linguistico: in altri termini siamo emozionati ma non sappiamo dire perchè. Solitamente però si diventa coscienti dei cambiamenti psichici e somatici indotti dall’emozione, e ciò induce alla definizione qualitativa dell’emozione.

Le emozioni sarebbero otto secondo una classificazione(6), suddivise in quattro coppie:

la rabbia e la paura, la tristezza e la gioia, la sorpresa e l’attesa, il disgusto e l’accettazione.  Dalla combinazione di queste emozioni primarie derivano quelle complesse o secondarie, come l’allegria, l’ansia, la delusione, la gelosia, la nostalgia, l’offesa, il perdono, il rimorso, la rassegnazione, la speranza, la vergogna.

Il percorso neurofisiologico dell’emozione spiega come si verifica e come diviene cosciente: uno stimolo esterno o interno, appreso in modo evolutivo con l’età a partire dalla nascita, raggiunge i nuclei posteriori del talamo che attivano l’amigdala (VIA BASSA, v. figura) e i centri del controllo neurovegetativo ed endocrino, per cui si verificano reazioni del sistema nervoso autonomo (tachicardia, arrossamento, sudorazione, accelerazione della frequenza respiratoria, contrazione muscolare etc.). Lo stimolo dal talamo raggiunge anche le aree corticali associative (VIA ALTA) che lo elaborano in maniera tale per cui, seppur più lentamente, lo stimolo viene “letto” e interpretato in modo tale da poter consentire all’individuo una reazione più appropriata di quella neurovegetativa immediata.

L’emozione svolge varie e fondamentali funzioni:

1) il primo significato attribuibile all’emozione può essere di tipo evolutivo, nel senso che da sempre ha la proprietà di mettere all’erta l’individuo – soprattutto in senso difensivo e relazionale; è questo il ruolo della paura di fronte a un potenziale pericolo:

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2) contribuisce a differenziare il mondo esterno dall’interno e a conoscere se stessi e le proprie reazioni di fronte agli stimoli, a partire dall’infanzia;

3) l’apertura della coscienza umana, come la comprensione dei fenomeni, partono dalle emozioni; la prima conoscenza di un luogo, una situazione, una persona, è emotiva, e solo successivamente cognitiva, e non necessariamente le due conoscenze coincidono;

4) poiché le emozioni coinvolgono gli stessi muscoli facciali in tutti gli individui, l’osservazione delle espressioni del volto rivela la natura delle emozioni, le quali svolgono un ruolo di comunicazione universale (riscontrabile in tutti i popoli) degli stati d’animo;

5) le sensazioni puramente corporee, siano esse di bisogno come la fame e la sete (che sono cicliche) o di soddisfazione (la sazietà, il piacere soddisfatto), non sono emozioni, però possono evocarle: le sensazioni tattili e odorifiche, per esempio, causano delle emozioni perché permettono di ri-fare un’esperienza del passato caratterizzata dall’emozione che si ri-prova. Il piacere è talora una sensazione puramente fisica, ma può evocare emozioni di gioia, di eccitazione, di serenità… Il piacere intellettuale della comprensione di un testo è un’emozione. Udire la musica è una sensazione uditiva, ma la musica evoca emozioni, talora assai intense, sia richiamando immagini o vissuti precedenti, sia in modo diretto: essa “dipinge ogni emozione”(7). In una lettera, il grande compositore e violoncellista Luigi Boccherini scrisse nel 1799: “So bene che la Musica è fatta per parlare al cuore dell’uomo, e a questo m’ingegno di arrivare se posso: la Musica senza Affetti, e Passioni, è insignificante; da qui nasce che nulla ottiene il compositore senza gli esecutori: questi è necessario che siano ben affetti all’autore, poi devono sentire nel cuore tutto ciò che questi ha notato; unirsi, provare, indagare, studiar finalmente la mente dell’autore, poi eseguirne le opere.”

Vedere i colori è una sensazione visiva, ma i colori evocano emozioni forti e individuali, condizionate da fattori culturali (per esempio il colore del lutto è nero in Occidente e bianco in Oriente), e questa proprietà viene utilizzata nell’arte, negli studi di psicologia, nelle svariate forme e modalità della comunicazione.

Le emozioni vanno distinte dai sentimenti(8):

– mentre le emozioni richiedono una consapevolezza attuale del loro oggetto (paura per qualcosa di definito, gioia per un incontro), i sentimenti non lo richiedono (serenità per una situazione familiare o amicale buona ed equilibrata);

– le emozioni sono istantanee, brevi, esplosive, sostituite velocemente da altre, mentre i sentimenti che si formano più lentamente sono più stabili e durevoli;

– le emozioni sono stereotipiche, vissute in modo simile da tutti (si pensi alle grandi folle che partecipano ai concerti), mentre i sentimenti (per es. l’odio e l’amore) sono individualizzati;

– se è vero che il soggetto esperisce se stesso sia nelle reazioni emotive sia in quelle sentimentali (entrambe sono un “sentirsi”), tuttavia le emozioni sono più tempeste che coinvolgono il corpo, mentre i sentimenti sono più profondi, sono più elaborati dalla ragione;

– emozioni e sentimenti sono rivolti verso altro da sé, ma le emozioni sono più incentrate sull’io, sui suoi stati, mentre i sentimenti sono più rivolti verso l’esterno, verso gli altri;

– i sentimenti hanno la caratteristica di unire due persone in modo più profondo e stabile delle emozioni: quando due persone hanno una relazione interpersonale profonda, tendono a unirsi, a gioire e soffrire per le stesse cose.

Questa esperienza è assai ben espressa nella poesia Una dedica a mia moglie di S.T. Eliot:

 

A cui devo la gioia palpitante

Che tiene desti i miei sensi nella veglia,

E il ritmo che governa il riposo nel sonno,

Il respiro comune 

Di due che si amano, e i corpi

Profumano l’uno dell’altro,

Che pensano uguali pensieri

E non hanno bisogno di parole

E si sussurrano uguali parole

Che non hanno bisogno di significato.

 

L’irritabile vento dell’inverno non potrà gelare

Il rude sole del tropico non potrà mai disseccare le rose

Nel giardino di rose che è nostro e nostro soltanto

 Ma questa dedica è scritta affinché altri la leggano:

Sono parole private che io ti dedico in pubblico.

Le emozioni/sentimenti hanno una relazione con l’affetto, dal latino afficere: chi è affectus è colpito da qualcosa, si trova cioè in uno stato di passività (da passio, patire che significa subire, ricevere) la cui potenzialità viene attivata e re-agisce, appunto con un’emozione-sentimento. Si crea così una condizione di passività-passione cui corrisponde un’attività emozione-sentimento; tale attività presuppone un sostrato già in atto, che viene colpito violentemente: è l’anima, l’ultima attivata dopo il corpo perchè tutto passa attraverso i neuroni cerebrali.

L’intensità delle emozioni è rafforzata dall’immaginazione che rende presente alla mente l’immagine dell’oggetto o della situazione che ci provoca l’emozione; è possibile richiamare alla memoria con l’immaginazione esperienze precedenti, forti emotivamente in senso positivo ma anche negativo. Se infatti la memoria richiama un evento che ha indotto paura, l’immaginazione può trasformarla in una condizione di vero panico, aprendo la strada all’ansia. E’ intuitiva la necessità di educare l’immaginazione a partire dalle prime età della vita: i bambini d’età pre-scolare e scolare spesso soffrono di incubi notturni, o sono incapaci di dormire senza la presenza di un adulto o della luce in camera a causa della paura evocata da spettacoli televisivi o visti sul tablet, i cui effetti “spaventosi” perdurano tramite la memoria, tant’è vero che quella paura specifica può prolungarsi fino all’età adulta.

L’immaginazione incide molto sulla ricchezza emotiva della persona.

A livello clinico è noto che l’uso scorretto dell’immaginazione tesa a sperimentare interiormente delle emozioni appaganti, fino alla produzione del pensiero magico infantile che perdura nel tempo, può contribuire alla strutturazione del disturbo dissociativo di personalità o alla costruzione di un sé grandioso, narcisistico.  Del resto l’abitudine di “raccontarsi storie”, immaginarsi in situazioni piacevoli o di dominio sotto varie forme, è di uso comune, anche senza far parte di un complesso sintomatologico psico-patologico.

In sintesi, l’emozione – di per sé un evento psichico naturale e positivo – può essere utilizzata impropriamente per uscire da una realtà dura o per noi spiacevole: ciò equivale ad andare contro la verità e genera sempre problemi che aggravano la sofferenza della persona e la indeboliscono, la chiudono nel cerchio della malattia, come avviene in tutte le dipendenze centrate sulla soddisfazione di emozioni collegate al piacere.

Il desiderio di emozioni dell’uomo moderno, sotteso a una visione della vita che ne esclude il telos o significato ultimo trascendente, si esprime nella convinzione che esiste solo ciò che è sentito: essere significa sentire, provare emozioni: sentio, ergo sum (sento, dunque sono, esisto) è l’aforisma degli  emotions seekers. Proprio perché la loro guida è lo stato d’animo, essi si fanno vivere dall’attimo fuggente. Sembrano attivi, ma sono passivi, e hanno bisogno di stimoli sempre più forti per sentirsi vivi. La ricerca bulimica del piacere emotivo si concretizza particolarmente nel senso del tatto, sia fisico, sia uditivo (rock, musica da discoteca che “toccano” dentro); gli incontri tra gli esseri umani, spesso erotici, si riducono a incontri fra “epidermidi emotive”, come è stato detto. La propensione ad afferrare quanto emotivamente piacevole nell’immediato, e di consumarlo in ottemperanza allo spirito consumistico del tempo, esclude una progettualità esistenziale. La conseguenza a livello di rapporti maschio-femmina è che entrambi calcolano il rischio emotivo della loro relazione, e sono pronti a manipolare le emozioni dell’altro pur di proteggersi emotivamente. Divengono cinici e sono pronti a “scappare” appena compaiono le emozioni negative connesse con la convivenza. L’amore diventa liquido, come rilevato da Bauman(9), e non raramente pericoloso, come dimostrano i numerosi femminicidi. Le emozioni-shock atrofizzano i sentimenti, per cui a emozioni forti corrisponde un’anestesia del sentimento, e ciò ha gravi ripercussioni sul comportamento morale.

Così l’emozionalismo caratterizza molti aspetti del nostro periodo storico; nelle sue forme estreme causa quella tendenza orgiastica nota fin dall’antichità che porta all’oblio di sé (lo “sballo” contemporaneo) e alla liberazione dalla ragione, creando un tipo d’uomo antropologicamente diverso da quello che si propone di armonizzare ragione ed emozioni e coscientemente evita gli eccessi e l’abolizione delle responsabilità connesse con la realtà della vita. L’intensità delle emozioni consumate in una sequenza frenetica ha anche lo scopo di allontanare il pensiero della morte, sempre presente sullo sfondo della vita umana, anestetizzando l’individuo. Ma l’esperienza delle emozioni come divertimento (di-vertere, uscire da se stessi), se protratta nel tempo, accumula insoddisfazione perché tesa a una “falsa infinità” (Hegel). La moderna tecnologia e l’incredibile profusione di immagini che essa offre (favorendo lo zapping emozionale) costituiscono uno strumento di di-versione più efficace e facilmente fruibile rispetto alle forme del passato, e in soggetti labili causano l’atrofia mentale, la demenza digitale. L’assuefazione alle emozioni non evoca repulsione ma lega sempre di più alla loro spasmodica ricerca, anche perché la componente razionale-cognitiva è indebolita.

Ne risulta un’alternanza di eccitazione e di conseguente depressione che rendono instabile e infelice il soggetto. La perdita di senso può causare disperazione e tendenza suicidaria.

Proprio perché questa patologica visione della vita (e della morte) è molto diffusa, l’anestesia si estende anche alla morte altrui, vissuta emotivamente o negata, o provocata con l’eutanasia quando è presente la sofferenza, in nome di un concetto di libertà che non può non essere letto in un’ottica generale di de-responsabilizzazione nei confronti della vita e di negazione del destino trascendente dell’uomo.

L’emozionalismo come tutti i fenomeni umani ha una storia: è la reazione alla negazione delle emozioni e della loro importanza, ricorrente nella storia sino dall’antichità e sancita perfino a livello accademico negli anni ’50 quando la logica utilitaristica sostenuta da un attore sociale razionale considerava le emozioni socialmente irrilevanti. Questa teoria, avversata dai movimenti sessantottini, è stata messa in discussione negli anni ’70. Oggi è chiaro che la repressione delle emozioni provoca danni individuali e sociali, così come sono assolutamente innegabili gli effetti devastanti dell’emozionalismo e delle tesi che lo sottendono(8):

1) le emozioni non hanno nulla a che fare con la conoscenza; 2) le emozioni e la ragione sono antitetiche, necessariamente nemiche, mai alleate; 3) le emozioni ci governano completamente; 4) la ragione è in grado di riconoscere il bene e il male e di formulare giudizi etici, ma non è in grado di controllare le emozioni, è loro schiava; 5) solo le amozioni sono in grado di formulare giudizi etici e non la ragione (sensismo); 6) non soltanto l’emozione è l’unica fonte dei giudizi etici, ma “il cuore ha sempre ragione”; 7) noi siamo un fascio di emozioni.

Vediamo perché queste affermazioni sono errate e perché è necessaria l’armonizzazione fra emozioni e ragione.

L’analisi filosofica fenomenologica condotta da Scheler e da vari altri Autori ha dimostrato come le emozioni siano una via d’accesso alla conoscenza di sé perché attraverso di esse riconosciamo una differenza di profondità delle emozioni che ci colpiscono, osserviamo come talora siano presenti contemporaneamente e persino in opposizione fra loro: per esempio potremmo aver subìto una grave perdita finanziaria, e quindi sentirci da essa toccati negativamente, ma contemporaneamente sperimentare la serenità di fondo generata da saggezza, o da fiducia nella Provvidenza, etc.

Vi sono poi “emozioni morali” che ci spingono ad agire moralmente bene e ci caricano di energia. Anche le virtù, come già evidenziato da Aristotele, “sono disposizioni non solo ad agire, ma a sentire in modi particolari”. Le emozioni, insomma, possono sostenere la virtù della phronesis (che è la capacità di cogliere il bene e il male in modo concreto e particolareggiato).

Le emozioni possono supportare la ragione speculativa, come conclude utilizzando le neuroscienze, la filosofia e la psicologia  Damasio(10), pur partendo dalla convinzione opposta, grazie all’importante lavoro scientifico che prende le mosse dallo studio di persone con lesioni cerebrali: “L’emozione fa parte del circuito della ragione e può contribuire al ragionamento, invece di essergli necessariamente d’intralcio.”

Afferma che se l’uomo perde la capacità emozionale non è in grado di essere ragionevole.

Nel suo lavoro arriva a interpretare la coscienza come consapevolezza fondata sulla distinzione tra le emozioni. Non condividiamo questa visione riduttiva della coscienza che ha importanti conseguenze teoriche e pratiche. Piuttosto, grazie alla coscienza, la consapevolezza dello stato emotivo dipende dalla sua elaborazione razionale con valutazione cognitiva, il  che consente alla persona di mantenere nel futuro il ricordo di ciò che sta provando e di attribuirgli un significato.

Tommaso d’Aquino, senza i raffinati strumenti d’indagine moderni, sosteneva che è l’attività cogitativa o ragione del particolare a svolgere un’attività di confronto e di unificazione dei dati sensibili, garantendo una continuità fra sensibilità e ragione.

Si riconoscono alcune funzioni delle emozioni in rapporto con il ragionamento(8): 1) L’emozione può dare maggior peso e risalto a una premessa del ragionamento speculativo perché reagisce a ogni evento saliente, morale e non, di una situazione;

2) l’emozione gioca un ruolo importante nell’intuizione, raggiungendo un risultato velocemente, senza molte informazioni;

3) l’emozione contribuisce alla memorizzazione, al processo grazie al quale teniamo a mente numerosi dati necessari per arrivare a una decisione. Per esempio la speranza di raggiungere un qualche fine tiene desta la ragione, la attiva. La mnemotecnica consiglia di associare un concetto a un’emozione per ricordarlo meglio.

4) Un’emozione gradevole alimenta l’attività della ragione perché incentiva a pensare e procura un piacere che intensifica l’attività. Per esempio la speranza nutrita dal pensiero di raggiungere un bene ci spinge a continuare a pensare al modo di raggiungerlo, e ci procura anche un piacere che alimenta l’attività conoscitiva.

Le emozioni sono una specie di lente di ingrandimento per vedere meglio; purtroppo talora sono una lente deformante perché “possono causare un grande disordine nei processi di ragionamento” (Damasio 10). Esistono vari modi per affrontare questa difficoltà.

E’ dimostrato che la descrizione (orale o scritta) delle emozioni contribuisce a uscire dal loro flusso: la verbalizzazione è una forma di “oggettivazione” che aiuta la persona a prendere le distanze dalle sue emozioni e ad analizzarle nel tessuto esistenziale.

Sulla base di quanto esposto, possiamo concludere che le tesi emozionalistiche non tengono alla luce dei fatti perché le emozioni umane presuppongono spesso un intervento previo della ragione, perché le emozioni possono supportare la ragione, e perché esistono attività che consentono almeno in parte di intervenire sulle emozioni e di non esserne assoggettati. Questo sarà l’argomento del prossimo incontro, dove svilupperemo anche la riflessione sul come educare e sviluppare le emozioni e le passioni, il che implica il discorso sull’educazione nel suo complesso, sulle virtù e sul ruolo della bellezza sia nella crescita della persona, sia nel suo percorso terapeutico verso il recupero della salute.

 

 

 

 

 

 

NOTE

(1)GIRARD R., Portando Clausewitz all’estremo, Milano, Adelphi, 2008.

(2) von Clausewitz C., Della Guerra, Milano, Mondadori, 1997

(3) Kant I., Per la pace perpetua, Milano, Feltrinelli, 2013

(4) Agostino, Le confessioni, Città Nuova, Roma, 1965

(5) Wojtyla C., Persona e atto, Rusconi libri, 1999

(6) Plutchik R., The nature of emotions, American scientist, July-August 2001

(7) Schopenauer A., Il mondo come volontà e rappresentazione, Roma, Laterza, 1968

(8) Samek Lodovici G., L’emozione del bene, Vita e Pensiero, Milano, 2010

(9) Bauman Z., Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi, Laterza, Bari, 2009

(10) Damasio A., L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano. Adelphi, Milano, 2008

 

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