Intervista al dottor Maurizio Bosio della giornalista Barbara Sartori pubblicata il 13 marzo 2015 su Il Giornale nuovo di Piacenza

Intervista al dottor Maurizio Bosio della giornalista Barbara Sartori pubblicata il 13 marzo 2015 su Il Giornale nuovo di Piacenza

 

 

“Il padre, oggi: un uomo raro?” è un libro che nasce da un’esperienza, non da teorie: qual è la sua specificità rispetto ad altri testi in circolazione dedicati alla figura paterna?

Il libro nasce come esigenza di dare forma compiuta a una esperienza di incontro e confronto tra padri, e, prima ancora, di raccogliere le domande impellenti che hanno dato vita all’esperienza. Non è un libro costruito sulla base di riflessioni antropologico-culturali, anche se ne contiene, quanto dall’ideazione di incontri riservati agli uomini, nata dall’intuizione di don Pietro Cesena riguardo al bisogno di alcuni  padri di comprendere meglio il proprio ruolo. Ne è seguito l’ascolto dei padri, e successivamente dei figli, con modalità fenomenologica, non pregiudiziale, nel senso che non è stata proposta una griglia preordinata per la discussione e per l’interpretazione dei vissuti. La sincera e coraggiosa testimonianza dei padri è stata trascritta fedelmente, e ha fornito il materiale per la raccolta e la selezione delle tematiche da sviluppare. La specificità del libro consiste nell’aver assunto come base di partenza i bisogni e i punti di vista dei padri,  e nell’aver evidenziate tematiche coinvolgenti che rimandano all’argomento cruciale per la sopravvivenza della nostra cultura e civiltà: la qualità dell’educazione.  Il libro costituisce un fattore di stimolo e di attivazione dell’interesse sul significato del ruolo paterno perché dimostra quanto siano comuni e complessi i problemi riguardanti la paternità, e quanto sia importante per l’educazione dei figli fornire loro delle risposte adeguate.  Esso non si propone di offrire soluzioni preconfezionate, ma la formulazione tematizzata delle domande che un qualsiasi padre che non ha partecipato di persona può porsi. Siamo convinti che senza l’acquisizione della consapevolezza della natura delle domande che premono nell’interiorità, domande che la complessità della vita e l’influenza non sempre positiva dei media tende a tacitare, non vi possa essere cambiamento Ma se il padre non cambia, non “cresce” e fallisce il compito educativo.

–          Che passi sono stati compiuti dal 2012 col primo week end a Verdeto ad oggi? Cosa “bolle” in pentola da offrire ai papà in futuro?

La soddisfazione espressa dai padri dopo il primo incontro ha consigliato la prosecuzione dell’esperienza. Non pochi hanno inoltre chiesto di continuare un lavoro che ha i connotati dell’autoeducazione nel ruolo paterno, grazie all’utilizzo degli strumenti forniti, adatti alla riflessione personale, al confronto e al cambiamento. L’esperienza di Verdeto perciò riprenderà a fine Primavera, e ci aspettiamo di riuscire ad andare sempre più in profondità negli argomenti che coinvolgono mente e cuore dei padri.

–          Quali sono i bisogni che i padri  portano?

Quando un uomo diventa padre si rende conto di non avere quell’istinto che tanto aiuta la madre: deve imparare a essere padre. Qui sorge la seconda difficoltà: nessuno glielo ha insegnato. E’ giocoforza a questo punto che egli si confronti con il proprio padre; ne emergono ricordi, emozioni e sentimenti ora positivi, ora fortemente negativi. La relazione con il mondo femminile – compagna, figlia – è spesso difficile, resa più complicata da una eventuale  separazione che amplifica tutte le problematiche che fanno emergere i bisogni. Tra questi i più citati sono: la consapevolezza delle responsabilità connesse con il ruolo paterno e delle modalità relazionali con la moglie/compagna e con i figli, la gestione del tempo per la famiglia in rapporto all’impegno lavorativo, il recupero di uno spazio e tempo proprio, la percezione di limiti personali da superare per migliorare le relazioni, il problema educativo che viene percepito come una vera sfida, anche per una certa carenza di strumenti culturali atti ad affrontarlo. I padri si rendono conto che il tempo non basta mai, che la velocità di crescita non solo fisica dei figli li trova impreparati ad affrontare problemi sempre nuovi, che il loro bagaglio culturale professionale non si adatta alle esigenze della famiglia, che la nascita dei figli spesso allontana anzi che avvicinare i coniugi. Talora sono frustrati, talora arrabbiati, ma si mettono in gioco per capire meglio e migliorare le cose.  Il problema è reso più complesso dalla crisi della nostra cultura e civiltà, messe sotto assedio da forze concentriche che tendono a svilirle e a svuotarle di contenuti e valori, facendo perdere ai padri i pochi riferimenti sicuri che la tradizione garantisce.

–          Gli uomini faticano ad esprimere il proprio vissuto interiore. Quale è la chiave di volta per  aiutarli ad aprirsi al confronto?

La modalità degli incontri, aperta, franca e non pregiudiziale, favorisce il confronto. I padri possono parlare sinceramente perché sanno di condividere esperienze comuni e sanno di non essere giudicati. Capiscono subito che l’esperienza cui partecipano volontariamente può aiutarli ad affrontare meglio problematiche quotidiane e può arricchirli culturalmente. La bellezza del luogo – l’antica pieve di Verdeto – e la condivisione di momenti comunitari favoriscono la creazione di rapporti fra persone che spesso non si conoscono, facilitando la comunicazione dei propri vissuti.

–          Guardiamoci attorno. In società siamo passati dal papà autoritario al papà assente al papà-mammo: oggi a che punto siamo?

La risposta sociologico-statistica a questa domanda è offerta dagli studi dell’ISTAT, arricchiti da altri studi effettuati nei Paesi europei, cui rimando. Alle sue definizioni aggiungerei in negativo il “panda papà” e il “padre elicottero”, espressioni dell’ansia diffusa anche negli adulti e dell’incapacità di governarla in modo fisiologico.

Vorrei sottolineare due aspetti peculiari dell’uomo giovane contemporaneo: la sua ignoranza o il suo disprezzo della tradizione culturale, e il suo approccio individualistico-narcisista alla relazione con il mondo femminile. Ne derivano rispettivamente l’incapacità a confrontarsi con un modello educativo consolidato ma perfettibile a causa dell’assenza di riferimenti valoriali e religiosi, e la preferenza della novità sulla durata delle relazioni. Quando l’unione della coppia si spezza, il che avviene in oltre un caso su due, tutte le difficoltà vengono amplificate e il ruolo paterno di guida rischia di dissolversi. Prevale l’individualismo, con profonda ignoranza dei bisogni dei figli, bambini o adolescenti che siano. Esiste, di contro, una piccola percentuale di padri consapevoli del loro ruolo, vissuto con spirito di sacrifico come una missione. E tale essa è, visti i bruschi cambiamenti in atto nella società occidentale, sino alla completa confusione dei ruoli genitoriali. La complessità della situazione, resa più drammatica dal relativismo etico, evoca nei figli e nella società un bisogno sempre più sentito di recupero della figura paterna, nella sua concretezza e simbolicità.

–          La teoria del “gender” che si sta diffondendo livella le differenze di genere.  Perché mamma e papà non sono intercambiabili?

Le attuali conoscenze neurobiologiche dimostrano l’essenzialità della compresenza materna e paterna, possibilmente già durante la gravidanza, per il normale sviluppo emozionale e cognitivo del bambino. Esse costituiscono ill fattore discriminante tra la verità scientifica, supportata anche dal buon senso e dall’esperienza secolare, rispetto all’ideologia del gender che non possiede nessuno dei canoni di validità universalmente accettati per essere definita una teoria scientifica. Parimenti non reggono all’analisi rigorosa dei criteri di validità le così dette prove della supposta uguaglianza in fatto di equilibrio nello sviluppo psico-fisico fra i bambini cresciuti da coppie LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender, ma nella terminologia completa vengono inclusi anche feticisti, asessuali, intersessi: è una questione dunque di maggiore  o minore visibilità e importanza delle lobby) e quelli da coppie eterosessuali.

Dalla sua fondazione la psicologia si è preoccupata di chiarire come si struttura l’identità di sé e della personalità del bambino, identificandone il principio nella relazione madre-padre-bambino. I fenomeni di rispecchiamento affettivo dei due genitori, maschio e femmina, contribuiscono in modo determinante all’autoconsapevolezza emozionale del bambino e al suo controllo durante l’infanzia, grazie al quale il bambino impara a gestire i propri stati emozionali categoriali e a condividere l’intersoggettività. In termini semplici, è facendo l’esperienza fisica (attraverso i cinque sensi), psicologica e affettiva della madre e del padre che il bambino impara a conoscersi e a orientarsi correttamente nel mondo delle relazioni.  La specificità maschile e femminile dei genitori introduce il figlio nella straordinaria ricchezza e diversità dei due universi, donandogli, oltre alla vita con modalità naturale, modelli relazionali ed educativi complementari. L’argomento, assai complesso, richiederebbe una trattazione scientifica per essere sufficientemente illustrato; tuttavia esiste un criterio semplice e diretto per la comprensione della realtà: la sua evidenza.

 –          Quali sono le caratteristiche della figura del padre che oggi è più urgente riscoprire?

L’ascolto dei padri e della voce dei figli ha evidenziato la virilità come qualità soprattutto necessaria per essere un buon padre. Per virilità essi hanno inteso la disponibilità all’ascolto, l’essere guida, l’avere il senso di responsabilità e la capacità di tutelare la famiglia, il coraggio, la tendenza all’unione, la determinazione, l’essere capace di verità, il saper ammettere i propri errori, l’avere pazienza, consapevolezza, coerenza. Fra tutte le qualità, quella più richiesta è la sincerità. A un padre sincero vengono perdonate dai figli le inadempienze verso la famiglia;  ciò è confortante sia perché consente un recupero successivo delle inadempienze, sia perché riduce il lungo elenco di qualità comprese nella virilità. La richiesta di virilità induce a una profonda riflessione sulle modalità educative dei maschi destinati (forse) a diventare padri, i quali hanno un’idea molto diversa e superficiale della virilità, non rispettosa della donna.

 –          C’è un’età in cui la presenza del padre è più necessaria e stringente che in altre?

La presenza del padre è essenziale nella prima e seconda infanzia perché forma l’identità del bambino e soddisfa i suoi bisogni di amore, appartenenza e sicurezza che gli conferiscono la “fiducia di fondo”, essenziale per il suo armonico sviluppo. Però la presenza è importante in tutte le età della vita, compresa quella anziana per il suo valore esemplare, ed è particolarmente necessaria nell’adolescenza, allorché, paradossalmente, i figli sembrano più lontani e meno bisognosi dei padri. La presenza del padre dovrebbe avere delle caratteristiche che raramente vengono rispettate: non intrusiva nella vita del figlio; capace di ascolto e accoglienza; non direttiva nel senso che non risolve i problemi al posto del figlio, ma lo aiuta a prenderne coscienza e lo sostiene nella prova; capace di esprimere l’amore indipendentemente dai meriti e dalla misura della risposta del figlio; sempre a sostegno della verità; capace di una visione che è impedita al figlio dalla inesperienza; rispettosa verso la madre in modo da essere d’esempio per i figli… L’elenco è lungo, perfino frustrante se oggetto di confronto con quanto un padre sa fare realmente nella quotidianità. Tuttavia la qualità della propria presenza dovrebbe costituire per un padre una preoccupazione costante, una occasione di crescita e di miglioramento personale. Il prerequisito perché questo affinamento si verifichi è la sincerità verso se stessi, e la sincerità dei rapporti con il figlio. E’ questo il veicolo della trasmissione dei valori che sottendono la presenza del padre, perché anche se il figlio non ne capisce subito il contenuto, pretende la forma giusta della comunicazione che lo mette al centro come persona degna di amore, di attenzione e di rispetto.

 –          Lei ha tre figlie femmine: più facile o più difficile fare il padre rispetto a figli maschi?  

Proprio perché non ho l’elemento di confronto, il figlio maschio, dovrei rispondere “non lo so”. Tuttavia è esperienza comune per i padri che dalla pubertà in poi le femmine alzano uno scudo protettivo sul proprio stile di vita e prediligono la relazione con la madre. Vi sono diverse spiegazioni a questo comportamento, alcune facilmente intuibili. Giocano sicuramente un ruolo la condivisione di esperienze coerenti con l’appartenenza sessuale, e quella forma di empatia naturale che accomuna le persone dello stesso sesso. E’ importante che la madre insegni alle figlie il rispetto per il padre e ne valorizzi gli interventi educativi.

Quando le figlie raggiungono l’età adulta, la relazione con il padre cambia e può diventare molto intensa e creativa, soprattutto quando sopravviene la maternità.

Se volessimo definire la relazione tra padre e figlie in senso temporale con una forma geometrica, credo si adatterebbe bene la sinusoide a tre curve.

 –          Siamo vicini alla festa del papà: lei che augurio fa a se stesso e ai “colleghi” padri?

Auguro a me stesso di sviluppare sempre di più la capacità di ascolto, la pazienza e l’intensità degli affetti, perché non c’è difficoltà che non si possa superare se si ama. La difficoltà sta nel non lasciarsi scoraggiare dalla percezione dei propri limiti, la cui consapevolezza è peraltro il primo, fondamentale passo per porvi rimedio cercando l’aiuto necessario.

Sotto il profilo intellettuale avverto in modo vivissimo la misura della sfida esistenziale e culturale che deve fronteggiare oggi il padre: mi auguro di avere un cuore intelligente.

 

 

 

 

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