VERDETO, 19 SETTEMBRE 2026
- 23
- Settembre
- 2026
“CORPO, BELLEZZA, DESIDERIO e DCA”
Cari Soci, iniziamo il diciannovesimo anno sociale riflettendo su ciò che lega corpo e mente ai DCA, rimandando al saggio La bellezza che rimane pubblicato nel marzo di quest’anno gli approfondimenti.
Se il DCA è l’esito del conflitto, il corpo è il luogo che ne porta i segni distruttivi, e la mente il luogo dove agiscono potenti forze estranee che influiscono sul desiderio, escludendo il cuore dalla pianificazione della personalità. Si tratta di una semplificazione, ma corrisponde alla verità.
Che cos’è il corpo, che cosa rappresenta per ognuno di noi?
Il nostro corpo e il corpo altrui ci si presentano in una forma propria, irriducibile a ogni altra esperienza, come dice la fenomenologa Edith Stein.
Il corpo non è un oggetto, ma un corpo vivente che possiede un Io che percepisce, sente, vuole.
Anche il corpo altrui non appartiene soltanto al nostro mondo personale, ma è esso stesso il centro di un mondo, con prospettive e modi personali di vivere la realtà, di percepire, sentire e volere.
Quando cerchiamo di definire il corpo usiamo moltissimi aggettivi e ci rendiamo conto che esso costituisce un oggetto di costante attenzione e preoccupazione nella nostra esistenza, fin oltre la vita, visto che diamo disposizioni riguardo al cadavere.
La sua complessità biologica caratterizzata da bisogni psico-fisici ed affettivi consente e richiede il costante contatto con gli altri corpi.
È proprio il bisogno di relazione a condizionare in modo profondo il modo in cui vediamo, percepiamo e consideriamo il nostro corpo.
Poiché noi siamo “soggetti storici”, apparteniamo a una data epoca, risentiamo degli usi, costumi e condizionamenti sociali specifici del nostro tempo.
Senza poter approfondire in questa sede le cause che hanno determinato le visioni dominanti riguardanti il corpo, illustriamo brevemente le loro caratteristiche attuali.
Partiamo dalla constatazione che l’attuale periodo storico in Occidente è dominato dal nichilismo individualistico, dal relativismo, dall’emozionalismo, e da un’ansia diffusa che fa percepire l’individuo fragile (l’homo infirmus) e lo fa scivolare in un non senso che provoca l’ansia noogena (l’ansia appunto riguardante il senso della vita) e frequentemente in una depressione spesso agìta con impulsività o con l’utilizzo di sostanze o comportamenti gratificanti (come si suol dire, sesso, droga e “rock and roll”). I modelli di comportamento degli adulti non aiutano i giovani a resistere alla pressione e a sviluppare capacità di scelte autonome, grazie allo sviluppo di un pensiero critico. Anche la carenza di educazione estetica gioca un ruolo, perché molti giovani non si formano un gusto e una capacità di giudizio. Invece l’analisi delle idee e delle prassi che incidono sulla cultura contemporanea, anche estetica, è di grande importanza.
Poiché la propensione per il bello è una caratteristica umana universale, quanto accade nell’ambito estetico è un indice significativo dello stato della civiltà occidentale.
Si constata in tutte le manifestazioni dell’arte, figurativa, musicale, letteraria, e nelle sue applicazioni funzionali come l’architettura e la moda, una tendenza alla dissacrazione della bellezza, all’esaltazione dell’estetica del brutto e della novità a costo della distruzione della tradizione.
Ci si chiede quale sia il valore della frase “La bellezza salverà il mondo” alla luce del fatto che la bellezza sta scomparendo nell’arte e nel mondo in generale, sommersa dal kitsch e dalla dissacrazione dell’umanità tramite la pornografia, la violenza e la “morte di Dio”.
Per fortuna ci sono eccezioni a questa tendenza diffusa; vengono considerate posizioni di retroguardia e trovano possibilità d’espressione solo fra i sostenitori convinti.
Questa atmosfera sociale e culturale spinge il giovane che ne è immerso e sente potentemente il controllo dei pari, a omogeneizzarsi con loro: tende perciò ad adeguarsi al modo di vedere il corpo come oggetto da esibire per ottenere successo sociale, come luogo del piacere, dei conflitti, della soddisfazione delle richieste altrui per ottenere attenzione e affetto.
Ne conseguono i seguenti comportamenti tipici della nostra era:
1) Il corpo magro. Se nel 1600 un corpo “in carne”, come quello raffigurato da Rubens tramite le sue modelle, era indice di salute e di benessere economico, oggi la magrezza del corpo, imposta dalla moda, è la massima aspirazione delle giovani donne perché è un oggetto di desiderio maschile, e non solo: dà sicurezza nei confronti dello sguardo altrui, concentrato sul corpo considerato oggetto sessuale. Lo sforzo per ottenere un corpo magro va spesso oltre il risultato atteso. La magrezza esagerata del corpo femminile, con abolizione delle forme, è un fenomeno chiaramente indotto dalla moda imposta da stilisti per lo più omosessuali, interessati più all’effetto dei tessuti su di una struttura magra e longilinea che al loro adattamento alle forme rotonde del corpo femminile. L’influsso deleterio della moda è stato annoverato fra le possibili cause di anoressia e di DCA in senso più generale. Ma la genesi del fenomeno è più complessa, avendo comunque una importante componente culturale.
2) La pancia scoperta, l’ombelico esibito con La moda della pancia scoperta, dell’ombelico in vista, è collegata alla così detta body confidence (accettazione, fiducia nel proprio corpo) e alla nostalgia per la moda trasgressiva e la cultura pop degli anni ’80 e ’90, impersonata da Madonna, Britney Spears, Spice girls e Cristina Aguilera, nonché dal revival dello stile Y2K che vuole capi d’abbigliamento corti per indicare un’epoca libera dalle convenzioni e sbarazzina.
3) La moda della applicazione dei piercing sulla superficie corporea e quella dei tatuaggi è un fenomeno complesso che ha antiche radici storiche. Consiglio al riguardo di leggere l’articolo di Francesco Bungaro: “Piercing e tatuaggi: il corpo riadattato”.
Gli studi psicologici e sociologici concordano nel definire l’uso dei piercing come una modalità coerente con la moda corrente di disporre del proprio corpo, della propria identità e dello stile di vita, provocando eventualmente il prossimo, per uscire dall’anonimato e differenziarsi dalla massa. La perforazione della pelle, della lingua, delle labbra, delle zone erogene, esprime il bisogno di “sentire” il proprio corpo anche tramite il dolore della procedura, e molto spesso corrisponde all’autolesionismo. Lo prova anche il fatto che è più frequente e più invasivo nelle persone che hanno subito violenze e abusi. Piercing, tatuaggi, scarificazioni e soprattutto branding, cioè marchiatura a fuoco, vengono utilizzati da gruppi di persone come segno di appartenenza.
Il tatuaggio, soprattutto quello effettuato con l’incisione della pelle, è un rimodellamento del corpo secondo un gusto personale: ritoccare nella carne l’immagine del corpo equivale a ridefinire il proprio narcisismo.
È in crescita fra i giovani, anche di sesso maschile, l’utilizzo della medicina estetica per modificare parti del corpo. La cronaca registra esperienze traumatiche e gravi conseguenze psico-fisiche in non poche persone che si sottomettono alla chirurgia estetica, e ancora più gravi, fino al suicidio, in quelle che arrivano a cambiare sesso.
La superficie cutanea è dunque il luogo dove scrivere la propria storia attraverso simboli, segni, motti, scritte e date che ricordano avvenimenti di vario tipo.
La pelle è la parte esposta più visibile dove l’opera di modellamento del corpo può realizzarsi.
È un segno tangibile, visibile, quindi esplicito, che l’attenzione è riposta sull’esteriorità, sulla superficie sia fisica sia simbolica della persona: prevalgono le emozioni sulla razionalità, verso la quale c’è una sfiducia diffusa per quanto attiene la funzione di analisi dei fatti e della realtà, e la conseguente espressione di un giudizio di valore. La sfiducia dipende dal fatto che avendo la verità perso la sua oggettività per l’opinione comune, essendo cioè stata ridotta all’opinione del singolo, anche la facoltà necessaria per trovarla, la ragione, ha perso rilevanza.
L’apparire sembra aver surclassato l’essere, inteso come espressione dell’uomo intero (corpo, mente e spirito) che vive un’esistenza tesa al raggiungimento di un telos, uno scopo ultimo dotato di senso. L’artificiosità e il mondo dei video games hanno sostituito la realtà.
L’evitamento, il fingere che una realtà spiacevole non esista, il nascondersi nell’Ombra del Sè, sono modalità tipicamente nevrotiche (e spiritualmente sbagliate) per evitare di affrontare la realtà, la vita. Il risultato è il rinforzo della paura e del malfunzionamento mentale.
Quelli sinteticamente descritti sono fenomeni di natura falsamente “liberatoria” che si sono trasformati subito in kitsch, cioè in imitazione di un modello di successo e dipendenza da una nuova convenzione sociale nata attraverso i social network.
È indispensabile prendere consapevolezza che esistono forze malefiche organizzate che condizionano per motivi economici, di potere finanziario e di sfruttamento sessuale le insicurezze e l’inesperienza dei giovani. Esse sono sottovalutate dai giovani stessi, i quali vivono le esperienze emotive con intensità e non riflettono sui fenomeni sottostanti che le generano.
È un dato di fatto che sono le idee a muovere il mondo, anche le idee che sostengono che la prassi, l’agire, viene prima del pensare: la Storia ci offre spaventosi esempi delle inevitabili conseguenze.
Il desiderio di realizzare una originalità individuale rapidamente, attraverso espedienti esteriori che agiscono sul corpo (la moda, gli atteggiamenti e comportamenti etero-imposti) e non attraverso il sacrificio e la fatica del lavoro interiore, è una pura illusione, e poiché si scontra con la realtà, impone un prezzo al benessere personale.
La prima, ovvia constatazione è che il corpo è un oggetto creato dai genitori e non auto-creatosi, non è un possesso di chi lo abita; è pertanto condizionato da fattori genetici e ambientali e non può essere cambiato, ma solo migliorato con comportamenti coerenti con la salute.
Il fatto che il nostro corpo sia sessuato perché destinato, secondo natura, alla procreazione, ha implicazioni psico-fisico-affettive importanti, tali da condizionare spesso l’intera esistenza e, per il credente, la vita dopo la morte per le responsabilità che il modo di vivere la sessualità implica.
Il corpo ha in sé la potenzialità di procurare piacere in vari modi, grazie ai sensi con cui conosciamo e interagiamo con il mondo: se la persona si ferma a questa dimensione; se riduce la vita alle emozioni che prova; se, nel linguaggio paolino, è un uomo puramente carnale (l’uomo non redento), allora cerca spasmodicamente il piacere attraverso la soddisfazione dei sensi.
Anche rinunciare al cibo che di per sé è piacevole, può diventare un piacere, uno strano piacere, perché comunica una falsa, malata sicurezza, una percezione di dominio sul bisogno fondamentale per la sopravvivenza. La sua attuazione comporta modifiche funzionali di aree specifiche del sistema nervoso centrale (l’encefalo), non sempre reversibili.
Il risultato finale è comunque la delusione: se la persona non fa l’esperienza che Agostino ha descritta nelle Confessioni, resta perennemente insoddisfatta e inquieta.
La costruzione del Sè passa anche attraverso al controllo del corpo e delle sue pulsioni: il “come” è argomento di approfondimento personale, attraverso il discernimento, lo studio e la preghiera.
Ciò che muove ogni persona, anche riguardo all’uso del corpo, è il desiderio.
Distinguiamo il desiderio dalla bramosia anche dalla etimologia.
L’etimologia latina del desiderio esprime la mancanza, la lontananza di qualcosa che si vuole raggiungere (“le stelle”), la cui natura può essere anche nobile ed elevata (da ciò deduciamo che il desiderio, per sua natura, è buono); l’etimologia greca (pòthos) esprime l’anelito per una cosa lontana, preziosa, non raggiungibile.
L’etimologia della bramosia proviene dal verbo greco hèdomai che significa ricavare piacere, divertirsi, da cui la parola edonista per definire un individuo che vive per il piacere.
Già l’etimologia definisce le caratteristiche delle due parole: il desiderio viene vissuto in funzione di qualcosa che è lontano da chi desidera ed è un dono, mentre la bramosia è personale, appartiene a chi ce l’ha e vuole soddisfarla.
Quando l’oggetto che si desidera attiene al corpo altrui, si tratta di bramosia.
Già Platone aveva descritto con il termine eros la scelta operata verso un individuo particolare, indotta dalla visione del suo bel corpo, il cui possesso annulla la capacità di contemplazione della bellezza che dal corpo promana ed eleva l’anima, generando una schiavitù verso il corpo materiale.
Nell’esperienza erotica la contemplazione non si verifica frequentemente, anche per l’istinto riproduttivo che condividiamo con gli animali, ma ciò non toglie che la bellezza dei corpi possa contribuire all’elevazione dell’anima verso il loro Creatore.
Il significato metafisico dello sguardo erotico sta nel desiderio di conoscenza: è una specie di invito all’altro/a perché si faccia conoscere. Questo fatto non implica il possesso: la bellezza si può ammirare, non possedere. La bellezza corporea è intimamente collegata alla persona che la possiede, cioè è personificata: non è attribuibile a un essere inanimato, come una statua, ma attiene alla persona incarnata, dotata di una specifica personalità attraente.
Siccome la persona è un’unità di corpo, mente e spirito, la sua bellezza non risiede interamente o unicamente nel corpo, ma è qualcosa di molto più complesso, ricco e attraente.
Ci sono persone non molto belle fisicamente che hanno un fascino particolare, un potere di attrazione singolare: ci si riferisce a loro come “anime belle”. Colpisce la loro aura di intangibilità, di profondità che sfugge all’analisi e che diviene, per non pochi ahimè, motivo d’invidia.
È indubbio che ciò che è bello è desiderabile: se è un corpo bello, evoca il desiderio sessuale che in sé contiene una tendenza al possesso. Possesso di che cosa? Della bellezza? Impossibile!
La bellezza non si può possedere, e nel caso specifico è una qualità transitoria di un corpo che è oggetto di bramosia, soddisfatta la quale resta un vuoto incolmabile e un senso di frustrazione.
Ci sono innumerevoli pagine di buona Letteratura che analizzano i più profondi recessi psicologici ed esistenziali di questa esperienza.
L’argomento qui accennato serve soprattutto ai giovani a chiarire il ruolo del proprio e altrui corpo in relazione al desiderio e alla bramosia. L’attenzione verso il proprio corpo nella giovane ha una relazione con il desiderio sessuale inteso sia come bisogno fisico, sia come mezzo per attirare attenzione e benevolenza, sebbene non sia sempre chiaro alla mente o esplicitato verbalmente.
L’insoddisfazione per la forma del proprio corpo, o il desiderio di modificarlo in base a canoni imposti dai media, porta a comportamenti non salutari quando è prioritario nella quotidianità.
La fissazione su di un oggetto, per esempio una parte del corpo (solitamente la pancia e le cosce), è una vera prigionia nel presente, nel “qui e adesso”, e possiede una componente ossessiva che deve preoccupare perché lede la libertà della persona e la sua dignità.
Come ripetutamente descritto, il desiderio è intimamente collegato al timore, più spesso alla paura, che non si realizzi. Quando il desiderio riguarda la magrezza o l’ottenimento di un cambiamento sul piano fisico, il coinvolgimento emotivo è molto forte e obbliga la persona ad aumentare il controllo.
Si è così creata la trappola perfetta, circolare, spiraliforme, DESIDERIO->PAURA->CONTROLLO, in cui finisce l’Io che ne esce sminuito e stritolato.
Il desiderio di possedere un bel corpo, o di modificarne parti non equilibrate rispetto al resto, non è in sé sbagliato. L’attenzione va posta sullo SPAZIO che il desiderio e il pensiero ad esso coerente occupano nella mente, va posta sulle PRIORITA’ interiori, va posta sulle MODALITA’ con cui il desiderio cerca la sua soddisfazione.
Quando prevale la dissociazione mentale, la persona appare governata dalle emozioni e non riesce a considerare criticamente ciò che le emozioni le suggeriscono: così rimane loro prigioniera.
Là dove prevale la centralità della soddisfazione del bisogno, dove la mente funziona in modo ossessivo-compulsivo, c’è la patologia e, in termini operativi, il fallimento del desiderio.
L’insoddisfazione per il corpo rappresenta un problema, indubbiamente: ma contemporaneamente, come ogni vero problema, rappresenta anche la possibilità di trasformarlo in occasione di crescita. Il pre-requisito è il coraggio di stare nella realtà, di non lasciarsi dominare da forze a sé estranee e potenti (i media, la pressione del gruppo, i condizionamenti sociali, etc.) o interne e dominanti (l’ansia ossessivo-compulsiva e/o fobica, lo spirito negativo …) che portano alla dissociazione mentale e perfino alla psicosi. Stare nella realtà significa orientare il desiderio verso altri scopi e obiettivi, più nobili, elevati e sani rispetto al DCA: significa vivere la vita vera, quotidiana, con intensità e umiltà. L’umiltà non è di moda, oggi, come ogni altra virtù. Ma essa richiede molto coraggio e uno spirito indipendente che rifiuta i condizionamenti, senza superbia.
Stare nella realtà obbliga a scegliere fra ciò che è sano e ciò che è malato, fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato: scegliere rende il cervello plastico e dona sicurezza alla persona.
In conclusione, le mode contemporanee dell’esposizione della pancia, dei piercing, dei tatuaggi, la ricerca spasmodica della magrezza del corpo, sono manifestazioni dell’omogeneizzazione del gusto e delle convenzioni sociali che evidenziano il grado di fragilità emotiva e d’insicurezza diffusa dell’uomo contemporaneo.
Sono inoltre espressioni del kitsch, cioè di degradazione del gusto per il bello.
Rappresentano forme potenti di dipendenza psicologica dai condizionamenti del gruppo, di possibile schiavitù autoimposta, di banalizzazione della sacralità del corpo, di degrado del gusto estetico, ridotto a esibizione del corpo.
La modificazione del gusto estetico e della visione nonché uso del corpo costituiscono una vera rivoluzione antropologica: l’homo tatuatus che solcava i mari come pirata adesso imperversa negli uffici e nei nosocomi, nelle scuole e sui mezzi pubblici, e almeno epidermicamente è diverso.
Anche se citiamo il detto: “De gustibus non disputandum est”, resta la domanda: davvero il cambiamento è solo epidermico? Oppure il fenomeno è più profondo e l’uomo sta cambiando nell’intimo, abbattendo uno dopo l’altro i pali della recinzione che separa ciò che è umanamente buono e sano da ciò che apre alla barbarie e alla malattia mentale?
Il limes, il confine, tiene ancora, oppure siamo destinati a essere tutti sommersi dall’onda di una rivoluzione apparentemente inoffensiva?
Vorrei al proposito citare la radicale differenza fra le motivazioni delle manifestazioni descritte e quelle delle giovani persiane che si sono tolte il velo e hanno truccato il volto, pagando con la tortura e la morte il loro gesto di protesta contro l’oppressione di una ideologia religiosa crudele: dal confronto emerge il valore delle nostre “proteste” e affermazioni della “libertà” personale.
La modificazione dell’atmosfera che respiriamo è un immane compito educativo che richiede uno sforzo di attenzione, discernimento e sacrificio personale da parte degli adulti e dei giovani perché implica innanzitutto la convinzione sia della pericolosità della deriva dei costumi attuale, sia dell’importanza di fornire l’esempio con i comportamenti personali.
Fra le misure da adottare possibilmente a livello educativo:
- gli adulti dovrebbero comprendere l’importanza di curare la propria preparazione con senso di responsabilità verso se stessi e verso i figli o gli educandi;
- dare grande rilevanza alla educazione dell’interiorità dei giovani, in particolare aiutarli a sviluppare la spiritualità;
- lavorare per la rivalutazione della razionalità e il contenimento delle emozioni;
- formare dei giovani opinion-leaders che testimonino stili di vita semplici e sani, eticamente ed esteticamente “belli”;
- favorire l’educazione estetica per la formazione del gusto: curare la propensione verso la bellezza insita in ognuno fin dall’infanzia e offrire esperienze di bellezza artistica, paesaggistica, etc.
- esplicitare i criteri di giudizio estetico – non abituarsi al brutto, alla violenza dell’ignoranza che impone stili contrastanti con il gusto estetico e con il rispetto dell’uomo, della vita, del sacro.
DISCUSSIONE:
Tra i Soci c’è accordo sul contenuto; alcuni sottolineano la qualità scadente dei film, mediamente, dal punto di vista estetico ed etico. Una ragazza evidenzia che il DCA non si sviluppa solo come ricerca di bellezza fisica su suggestione della moda, ma ha cause più profonde come la richiesta di attenzione quando la situazione familiare è compromessa e non si trovano altre modalità per ottenerla. Un argomento sottolineato da più ragazze è l’influenza del contesto in cui si cresce, in particolare il gruppo dei pari.
-
Il Presidente
-
Messaggio del Presidente
-
Libri
-
Donazioni
