PROGETTO LOGOS. Introduzione all’incontro del 14 dicembre 2019

Il fulcro del nostro discorso odierno, cari genitori (oggi siete trenta!), è il contenuto del libretto Giovinetta immortal: il protagonista non è Leopardi, la guida, ma ogni vostra figlia, che abbia o non abbia partecipato al viaggio dall’oscurità verso la luce: tutte hanno avvertito un profondo smarrimento aprendosi alla vita, in questo mondo difficile, scoprendo l’infinito. Questo saggio è stato scritto nel duecentesimo de L’Infinito di Leopardi ventunenne; vale la pena leggerlo insieme, perché introduce al senso di smarrimento che proviamo tutti di fronte a ciò che ci sovrasta con la sua indeterminatezza, con la sua immensità minacciosa, se non possediamo gli strumenti per darle un senso:

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovrumani

Silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo; ove per poco

Il cor non si spaura.E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce

Vo comparando: e mi sovviene l’eterno,

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s’annega il pensier mio:

E il naufragar m’è dolce in questo mare.

La figlia adolescente avverte confusamente in sé delle domande cui deve dare una forma. L’intervento di Leopardi – l’adulto che ha sofferto, ha accettato e combattuto la sofferenza cercandone il senso e dandole una forma poetica – è necessario per impedire che le domande spingano il giovane verso il caos. Infatti la paura di fronte all’ignoto, al vuoto, la paura dell’amore e del legame che esso implica, con i famigliari e con i pari, è così forte e pervasiva da far scivolare persino nel disturbo alimentare.

—> Lettura di testimonianze da: Giovinetta immortal.

Come devono porsi, i genitori, di fronte a persone così delicate e sensibili, così misteriose?

I figli non sono nostri: facile dirlo, molto difficile esserne convinti veramente e non creare legami che si dimostrano sbagliati, non funzionali alla loro crescita. Che cosa ci aiuta a comprendere questa grande e dura verità? La sofferenza, il dolore: quando ci comunicano, con il corpo e i comportamenti, che soffrono, dobbiamo comprendere, cioè fare nostro, il loro dolore, e porci domande essenziali: qual è la qualità del nostro legame affettivo? Come le abbiamo preparate ad affrontare la vita? Quanto tempo, e che qualità di tempo abbiamo dedicato loro? L’adolescente esiste in funzione di come è visto, e se è visto: se i genitori sono divisi di fatto o pur vivendo ancora assieme, se prevalgono nell’uno, nell’altro o in entrambi bisogni personali e professionali, l’adolescente sfuma sullo sfondo e soffre. Alla sofferenza reagisce come può, come sa. L’affievolirsi o il complicarsi di un legame affettivo familiare, anche solo percepito dalla figlia seppur non reale da parte del genitore, accentua lo smarrimento davanti al mistero della propria identità. L’adolescente scopre a un certo punto una porta aperta sull’infinito – una porta stretta, angustia in latino, angoscia in italiano: e io chi sono? Verso dove sto andando? Con che strumenti posso affrontare il caos che percepisco OLTRE quella porta stretta? Là c’è oscurità. I genitori accompagnano il viaggio che la figlia intraprende dall’oscurità della propria identità e del proprio compito nella vita, dall’oscurità delle tante paure, dall’oscurità del disagio psichico, dall’oscurità degli affetti feriti, verso la “luce” rappresentata non dalla soluzione di tutti i problemi, ma dalla certezza interiore nell’adolescente di aver raggiunto una unità e una forza personale tali da poter affrontare le difficoltà della vita. Non sempre i genitori conoscono le strade migliori da percorrere in compagnia della figlia. Mentre la consapevolezza delle situazioni e degli errori è salutare, i sensi di colpa sono solo nocivi e vanno combattuti, sempre. Qui c’è una compagnia di persone che procedono insieme, sorreggendosi vicendevolmente e non giudicandosi: qui c’è rispetto, comprensione reciproca e perfino amicizia. Il percorso irto di ostacoli, cadute, ferite e recuperi delle figlie è un’occasione per ogni genitore di crescere nel proprio ruolo: il prerequisito indispensabile sta nell’apprendere sul campo, duramente, la capacità di perdonare e di perdonarsi, perché senza il perdono prevale e persiste il risentimento che offusca il cuore e la mente.

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