Lettera ai Soci dell’Associazione Eumenidi nei tempi della pandemia di covid19, in occasione della santa Pasqua del 2020

 

La pandemia in corso costituisce un grave problema medico da affrontare attivando la metodologia del pensiero scientifico. A partire dalla vasta gamma di emozioni e sensazioni che provoca, induce anche a proferire espressioni verbali che definiscono i vissuti e che tentano di dare una forma descrittiva e simbolica alla malattia, come fecero nel passato Tucidide con la peste di Atene (430 a.C.), Boccaccio con quella di Firenze (1548), Manzoni con quella di Milano (1630).La prima parola che il vissuto emotivo della pandemia mi evoca è dramma: persone note e a me ignote ne sono colpite, ne soffrono, ne muoiono, e io stesso so di essere a rischio e di essere obbligato a difendermi dal contagio, verso il quale uso la prudenza, ma sostituisco la paura con l’accettazione. Dramma deriva dal verbo greco drao, ed esprime l’azione che vede la libertà contrapporsi al destino, come avviene nella tragedia, anche nella presente e operante.Il sopravvenire improvviso della pandemia, il precipitare degli eventi, hanno come conseguenza l’istinto di sopravvivenza, che in sé contiene un moto di chiusura, di evitamento, espressione della mancanza di unità interiore e di pienezza.

Tuttavia una mente e un cuore in cui abita l’attenzione, l’abitudine a riflettere sugli avvenimenti esterni e sul loro impatto sulla propria interiorità, si sforzano di uscire dal torpore iniziale conseguente allo shock e di acquisire consapevolezza.

Di fronte al dramma, alla tragedia, alla limitazione della libertà e al pericolo di morte per sé e per gli altri, la consapevolezza è necessaria perché conduce al discernimento, alla capacità di pronunciare un giudizio di valore sugli avvenimenti.

Come si formano i giudizi? Attraverso la disamina delle infinite parole pronunciate da esperti, scienziati, politici, filosofi, religiosi, sconosciuti cittadini, offerte dai mezzi di comunicazione?

Come distinguere la verità sui fatti, esterni e soprattutto interiori, dalle opinioni? Come sviluppare, a partire dalla situazione, l’amore per la sapienza/conoscenza (filosofia) dalla dossologia/retorica?Come uscire più forti e non più confusi da questi tragici avvenimenti che avranno conseguenze durature, non tanto e solo economiche?

In una situazione tragica come la pandemia emerge con chiarezza il limite della nostra analisi critica (da krino, separo, scelgo, giudico) che dipende dagli strumenti che utilizziamo per formulare i giudizi. Se non ci siamo formati una coscienza critica, dipendiamo dai condizionamenti del pensiero dominante: non siamo liberi. Si comprende in questi frangenti drammatici come la libertà sia indissolubilmente collegata alla verità, che però non è data a nessuno senza il duro lavoro della coltivazione (cultura) dell’interiorità: un lavoro centrato sull’ascolto e sull’apertura verso le voci di coloro che nel passato e nel presente hanno percorso la strada della ricerca e dell’analisi, spinte dallo stupore e dalla sofferenza.

La pandemia ci ha sorpresi e stupiti; la sofferenza delle persone che ne sono colpite invade le nostre vite, inducendo la tentazione alla fuga nel privato, alla protezione dalle notizie tragiche, alla chiusura interiore che entra in risonanza con la chiusura imposta dalle autorità civili.

Non poche persone, in particolare giovani, sono diventate apatiche, si sono “chiuse”.

La sofferenza però esige risposte: esse saranno o egoistiche, o di apertura all’altro e alla vita, al mistero (da myo, mi chiudo: mi chiudo per riflettere e aprirmi alla vita, alle domande che m’impone). Le risposte dipendono dalla formulazione di giudizi personali, dettati dalla necessità di essere liberi nella verità, per non adagiarsi nelle opinioni correnti; da qui dipende il rispondere con tutto se stessi, nei pensieri e nelle opere, a quelle domande, o l’evitarle; il crescere come persone, o il lasciarsi piegare dalla paura del contagio e dal contagio della paura.Mi sembra che il problema centrale per ognuno sia dunque quello della formazione di verità del proprio pensiero che formula i giudizi, cui segue una prassi coerente.

Non siamo soliti riflettere su come si formano le nostre convinzioni, e usiamo il linguaggio verbale con sconcertante superficialità, senza preoccuparci che le parole corrispondano esattamente alle argomentazioni o alle nostre convinzioni. Manchiamo di consapevolezza, non tanto di cultura filosofica o linguistica, nel senso che ignoriamo il senso e il valore delle parole con cui comunichiamo, spesso volutamente perché siamo indifferenti alla ricerca della verità e preferiamo l’effetto utilitaristico della comunicazione. Così ci adattiamo a modelli contemporanei di concetti e opinioni dominanti, senza comprenderne l’enorme rischio: la schiavitù del conformismo, del relativismo, dell’umanismo panteista che tutto sembra accogliere, ma che di fatto è puro nichilismo.

Si tratta di una schiavitù spirituale che ha effetti determinanti sulla vita terrena e, per chi ha fede in Dio, sulla vita eterna.

La potenza del linguaggio è nota da sempre e a ognuno: una parola può costruire o distruggere una relazione umana, addirittura una vita (la calunnia uccide), conferire la gioia della comunione o provocare sconforto, illuminare la mente o confonderla. Può farci percepire la realtà come oggettivamente vera (Nomina sunt consequentia rerum, “Con ciò sia cosa che li nomi seguitino le nominate cose”, Dante, Vita Nova, XIII, 4) là dove Logos e cosmos s’incontrano, oppure negare la corrispondenza fra discorso umano e realtà, come fanno le filosofie scettiche.Poiché i mezzi semantici non hanno costrizioni, tutto e il contrario di tutto può essere affermato,compreso il non vero e l’irreparabile: l’ordine di sganciare una bomba atomica è verbale.L’unico limite esistente alla illimitatezza dell’espressione verbale è la morte fisica: ciò è mostruosamente enigmatico. La storia è pregna di esempi di disprezzo o esaltazione verbale di opere d’arte, e quindi di fortuna o sfortuna dei loro autori, salvo rivalutazioni successive: la verifica e la confutazione risentono dell’opinione dominante, si basano sull’opinione di fruitori del messaggio spesso incompetenti, ma la cui numerosità garantisce la “validità democratica” del giudizio; i moderni mezzi di comunicazione hanno accentuato questa tendenza. Ciò confonde e induce il dubbio sulla possibilità che esista una verità da riconoscere e proferire verbalmente,aprendo la strada all’individualismo acritico: non m’interessa che cosa pensano gli altri (che magari hanno consumato la vita alla verificazione), questa è la mia parola! Eppure con la stessa semplicità espressiva, la parola, espressione del Logos, opera la transustanziazione, la trasformazione del pane in corpo di Cristo, rendendolo fisicamente presente.

L’argomento del linguaggio è enorme, l’ho solo sfiorato per aumentare la sensibilità e l’attenzione sulla sua importanza, soprattutto per i giovani che senza la formazione di un canone interiore di“classici” rischiano di scivolare in modo inconsapevole nel relativismo più deteriore: comprendano quanto è vitale diventare protagonisti dei propri studi, non soggetti passivi d’apprendimento imposto. Si allenino a percepire l’eccellenza e a scartare la superficialità rumorosa. Proprio i momenti tragici della storia – e la pandemia è uno di tali momenti – evidenziano l’importanza della salvaguardia della bellezza come strumento vitale per la nostra sopravvivenza in quanto comprensione e realizzazione dell’infinità, e come sia la parola, cui segue l’atto, lo strumento salvifico. Per loro, come per me, di fronte alla possibilità della morte è fondamentale definire la struttura interiore di valori portanti e di bisogni spirituali che danno “voce” alla parola.

Non possiamo immaginare l’uomo senza la capacità di mettere in questione persino la morte, dandole un senso. Le nostre vite dipendono dalla nostra capacità di dire la speranza, di affidarle i nostri sogni di cambiamento. Sia nel mito, sia nella religione, la resurrezione è centrale.La pandemia stravolge le nostre vite e irrompe nelle festività pasquali, obbligandoci a viverle nella chiusura delle nostre case: come non vedere in ciò, simbolicamente, il richiamo alla chiusura nel sepolcro del corpo santo di Gesù? Eppure quel corpo, quell’Uomo, signore della Vita, è uscito dal sepolcro, è risorto, modificando il senso profondo della storia e del destino individuale e sociale,consentendo l’attribuzione di un senso ultimo alla parola: con la parola definiamo noi stessi, a essa affidiamo il nostro ricordo ai posteri. C’è chi nega la resurrezione, naturalmente, e c’è chi nega la possibilità di attribuire un senso ultimo alla parola.Consentitemi di citare la tesi sostenuta in un saggio da George Steiner: “Ogni comprensione coerente di cosa sia la lingua, e di come essa funzioni, ogni descrizione coerente della capacità del discorso umano di comunicare significati e sentimenti, è garantita in ultima analisi dal presupposto dell’esistenza di Dio. (…) in particolare l’esperienza del significato estetico, quella della letteratura,delle arti, della forma musicale, sottintende la necessaria possibilità di questa “vera presenza”.

In conclusione, la pandemia ha evocato in me in modo forte l’obbligo morale a ridefinire con maggior consapevolezza le basi sulle quali poggiano i criteri con i quali osservo, passo al setaccio e giudico la dura realtà che si presenta ai miei sensi. Ritengo che questa sola sia la pre-condizione con cui mi posso porre di fronte al male della pandemia evitando l’auto-inganno, l’ennesima forma di di-vertimento, di evitamento dell’angoscia che mi coglie qui e ora, di fronte alla possibilità della sofferenza e della morte.

Buona santa Pasqua!

Il Presidente, Maurizio Bosio

 

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