VERDETO, 12 SETTEMBRE 2021, APERTURA DELL’ANNO SOCIALE

VERDETO, 12 SETTEMBRE 2021, APERTURA DELL’ANNO SOCIALE

 

 

Per sua natura la nostra Associazione è totalmente immersa nella contemporaneità che, se ha un senso, diventa storia. La storia che stiamo vivendo, ancora segnata dalla pandemia virale, ha alcuni connotati drammatici perché toccano la vita di ognuno, generando disagi e disturbi nei più fragili.

Le incertezze riguardanti la natura della pandemia, la sua origine, le modalità della prevenzione e del trattamento, contribuiscono ad aumentare lo stato di insicurezza e di minaccia percepito dalle persone.

In questa atmosfera di per sé cupa, riprendo il filo delle riflessioni condotte con voi nel tempo, proponendo una tematica che fa da sottofondo al vivere quotidiano, alle problematiche della comunicazione intergenerazionale, all’ansia diffusa che permea la vita di molte persone, ai disturbi del comportamento alimentare di cui ci occupiamo: è la tematica della violenza, o meglio, della dissimulazione della violenza nella società: è imperativo conoscere le modalità con cui si manifesta per poterle affrontare.

Il coinvolgimento nelle difficoltà pratiche della vita non ci consente di trovare sempre il tempo e gli strumenti per farci un’idea sintetica ma chiara  sulle forme e sulle cause della violenza che comunque e sempre s’insinua nella nostra vita. La nostra reazione, mediamente, è quella di affrontare istante per istante le sue intrusioni, cercando, quando possibile, modalità di aggregazione per difenderne meglio la qualità, le relazioni, gli affetti, le responsabilità dei ruoli che copriamo.

L’argomento è vastissimo, perciò limitiamo la riflessione all’ambito dei disturbi del comportamento alimentare e del disagio diffuso, non solo giovanile.

L’esperienza degli educatori e dei terapeuti evidenzia alcuni vissuti, atteggiamenti e comportamenti comuni alla maggioranza dei più giovani: la mancanza di motivazioni, l’incapacità di scegliere, la paura di desiderare e di effettuare progetti a lungo termine. Mancano la speranza e la fiducia, prevalgono invece la paura, la passività, la bassa autostima, la pigrizia, la deflessione dell’umore, l’ansia fobica o paranoide, la percezione di un vuoto affettivo, spirituale e culturale, il timore del tempo che scorre inesorabile e porta l’invecchiamento e la morte. In particolare predomina la paura: di crescere, di responsabilizzarsi, di amare, di affidarsi, di soffrire. Viviamo in un’epoca algofobica, un’epoca che non trova un senso nel dolore e perciò lo rifugge come un male da evitare o, se presente, da anestetizzare farmacologicamente.

Il compito del medico, del terapeuta, è quello di togliere o di rendere sopportabile il dolore, fisico o mentale che sia, ma sarebbe stupido ignorare che il dolore e la sofferenza celano un residuo che non va anestetizzato ma valorizzato. Se il dolore dell’uomo, peraltro ineliminabile, non ha un senso e un significato per la persona, anche la vita non ha senso. Qui le psicologie così dette positive trovano un grande limite e si mostrano impotenti: l’amara ironia della scritta “Andrà tutto bene!”, è l’espressione della assolutizzazione della positività che non risolve la complessità della realtà e illude con la superficialità del giudizio.

Alcuni acuti osservatori hanno coniato termini per descrivere l’atmosfera imperante (epoca delle passioni tristi) e la condizione dell’Io (esausto). Gli effetti collaterali della pandemia hanno rinforzato le passioni tristi e l’esaurimento dell’Io: annullamento dei diritti personali, anche quelli relativi all’esercizio della fede religiosa, riduzione dei contatti sociali fino all’auto-chiusura in casa, riduzione della vita a pura sopravvivenza, scivolamento nel mondo virtuale dei social media.

Il ritorno a una parvenza di vita sociale evidenzia l’uso nevrotico degli strumenti atti alla conservazione fisica, come l’irrinunciabile palestra e l’uso delle “app” che definiscono le funzioni vitali durante lo sforzo.

In sé questi strumenti non sono negativi, ma lo divengono quando la loro funzione acquisisce il valore di mezzo di sopravvivenza confortevole che infiacchisce l’interiorità della persona e ne riduce la capacità di riflessione. Mark Fisher afferma, in modo sconsolato, che le nuove generazioni sono educate all’impotenza riflessiva: essa conduce all’esaurimento dell’Io e alla depressione diffusa e imperante.

La chiusura nel suo Io, talora ermetica, porta l’individuo guardare poco fuori di sé, a concentrarsi sui suoi problemi e a ignorare quelli della società. A livello mentale ciò si traduce in esasperazione dell’emotività e rinuncia alle esperienze di oggettivazione, e in un preoccupante impoverimento a livello spirituale-affettivo.

Una terapia che si occupi solo del disturbo, della manifestazione del disagio specifico, e ignori tutto il resto – la componente relazionale, affettiva, esistenziale e soprattutto spirituale del soggetto – è destinata a fallire.

Ecco perché è tanto importante riflettere sulle forme della violenza che causano e sostengono la situazione descritta, impedendo anche una cultura del dolore.

Le due cose sono intimamente connesse: la violenza “dolce” e quasi inapparente esercitata dal potere neo-liberista in auge si attua attraverso una coazione al consumo che coinvolge tutto, dai prodotti della cultura a quelli artistici, e tutti, in particolare i più giovani, i cui desideri vengono orientati nella direzione della omogeneizzazione al fine di istituire la dittatura dell’uguale (Han).

La sottomissione dell’individuo a un potere capillarmente diffuso, dal volto non violento, avviene attraverso la forma dell’auto-realizzazione e auto-ottimizzazione in un modo che esclude il dolore come insensato.

L’unico modo per escludere il dolore, peraltro inefficace, è l’uso degli anestetici: oltre alle varie droghe, social media, videogiochi, pornografia, shopping compulsivo, esperienze (anche sessuali) che consentano emozioni sempre diverse e più forti, conformismo nel vestire e nello stile di vita, impotenza quando si permette che le cose accadano senza filtrarle attraverso la riflessione e senza l’accettazione del dolore della rinuncia, così che esse influenzano l’interiorità. Si applica in modo consapevole o inconsapevole la separazione fra l’interiorità e l’esteriorità, sino alla dissociazione mentale.

Il prezzo da pagare è alto: perdita della consapevolezza di sé e del senso della vita, della propria singolarità e unicità, incapacità di gestire l’ansia, emozionalismo patologico, nichilismo esistenziale, depressione, distorsione dell’uso delle funzioni visive e uditive, nel senso che lo sguardo si concentra sui corpi e sulle cose altrui, cedendo all’invidia mimetica, e l’udito, inteso come facoltà di ascoltare l’altro, si atrofizza e si concentra sul pettegolezzo e sulle false notizie.

Prevale la sensazione del vuoto e la percezione di una solitudine radicale e insuperabile.

Riemerge il dolore esistenziale, così forte da doverlo placare con abitudini alimentari patologiche o con dolore fisico auto-inflitto: soffro, quindi sono, esisto.

La soluzione alla situazione esistenziale in cui siamo immersi, difficile, pericolosa ma non insuperabile, non viene, secondo il mio parere motivato storicamente, dalla rivoluzione più o meno violenta, dalla imposizione di atteggiamenti e comportamenti diversi, ma dal cambiamento, dalla trasformazione (metanoia) individuale che passa attraverso l’accettazione del dolore, la ricerca del suo significato nel qui e ora, la modificazione dello sguardo e dell’udito attraverso i quali passano le relazioni, il recupero della disciplina interiore che richiede obbedienza a regole accettate liberamente.

Il compito del genitore, dell’educatore, del terapeuta, è di trasmettere ai più giovani ciò che ha acquisito attraverso una crescita della consapevolezza e dell’educazione del proprio sguardo e del proprio udito, senza lasciarsi distrarre dalla cacofonia imperante.

Il compito dell’educatore è imparare ad ascoltare in modo intelligente, e poi applicare quanto comandato dall’esperienza che si rifà alla realtà dei fatti. La realtà contiene sempre elementi di positività che confortano e conferiscono energia, ma bisogna saperli vedere e ascoltare; in altre parole bisogna acuire questi due sensi per scoprire le forme della bellezza presenti nelle cose e soprattutto nelle persone.

Per poter trasmettere tale ricchezza bisogna mettere dentro, nutrire l’interiorità con cose belle e buone, sapendo che si compie un’azione coerente con la realtà più vera, perché, come dice Keats,

Bellezza è verità , verità bellezza,- questo è tutto

ciò che sapete sulla Terra, ed è tutto ciò che vi occorre sapere.

Le “cose belle e buone” non sono facili, tutt’altro: richiedono attenzione, passione, educazione del desiderio, coerenza, applicazione, sofferenza, coraggio. La bellezza si dà, ma per trattenerne la luce bisogna modellare l’interiorità e restarle fedeli, altrimenti si riduce a consumo.

La forza del messaggio educativo passa attraverso l’esempio e l’autorevolezza che consente di chiedere l’obbedienza. Obbedire deriva dal latino ob audire: il suono delle parole non è vacuo, ma sviluppa nel giovane la capacità di ascoltare, capacità che a sua volta presuppone il cambiamento di direzione dell’attenzione, prima distratta da cose futili evocate per distrarre dal vuoto.

Ma se c’è un vuoto, un nulla, c’è il modo di riempirlo con cose belle e buone.

Il modo usuale per l’uomo di apprendere passa attraverso l’imitazione: dobbiamo guardare a modelli mimetici buoni e belli, essendo consapevoli di quelli negativi.

La selezione delle immagini e parole è fondamentale. L’uso personale della narrazione, ad esempio, è terapeutico: narrare gli avvenimenti della propria vita, e in particolare dare forma verbale ai sentimenti, alle emozioni, alle (dis)percezioni, è l’espressione della potenza dello spirito che supera i limiti e i condizionamenti del corpo.

Il cambiamento interiore è un fenomeno molto complesso e va contestualizzato, va visto in relazione al singolo soggetto; si riconoscono tuttavia due condizioni ineludibili perché si attui.

La prima è rappresentata dalle motivazioni che ne forniscono l’energia necessaria per muovere la volontà; la seconda è il prodigioso coinvolgimento dei neuroni cerebrali e delle loro vie sinaptiche per dare forma compiuta a un evento squisitamente spirituale, espressione dell’amore sano per se stessi.

La modificazione delle strutture nervose richiede l’applicazione di virtù come la pazienza, la costanza, la determinazione, il coraggio, la capacità di sopportare la sofferenza che il cambiamento esige.

Il valore più grande espresso da una società di persone – nel nostro caso l’Associazione Eumenidi, entrata nel quindicesimo anno di vita – è rappresentato dalla volontà di ascolto e di vicinanza  verso le persone, giovani e genitori, che hanno intrapreso il percorso del cambiamento. Di fatto questo è il motivo della sua esistenza e sopravvivenza.

 

Alla luce di questa breve introduzione i Soci, giovani e genitori, sono invitati a contribuire fornendo libere riflessioni personali e risposte ad alcune domande:

  1. Qual è la mia situazione interiore attuale?
  2. Se sono agitato, preoccupato, impaurito, bloccato, qual è il motivo?
  3. Quale forma di violenza avverto agente su di me?
  4. Come penso di uscire dalla mia situazione?
  5. Sento di essere aiutato dalla Associazione?
  6. Mi sento di contribuire con la mia presenza e testimonianza al benessere dei Soci?

 

RISPOSTE

Hanno risposto dei genitori e a voce le ragazze:

1) Qual è la mia situazione interiore attuale?

Prevale la preoccupazione per il futuro e per la famiglia; alcuni esprimono uno stato di confusione altri di tranquillità, di consapevolezza e accettazione dei limiti, con il pericolo di cercare di evitare gli ostacoli; v’è delusione per il comportamento di persone ritenute amiche.

 

2) Se sono agitato, preoccupato, impaurito, bloccato, qual è il motivo?

Preoccupa la cattiveria del prossimo che si riversa sui famigliari, il tradimento delle amicizie, certi comportamenti delle figlie, la situazione in Italia e nel mondo in generale, la preoccupazione per le figlie nonostante il miglioramento della propria ansia.

 

3) Quale forma di violenza avverto agente su di me?

Prevalgono nettamente la cattiveria e l’invidia avvertite nelle persone e nella società, avvertite su di sé e sulle figlie, nei confronti delle quali v’è un atteggiamento comunque educativo.

 

4) Come penso di uscire dalla mia situazione?

Qui c’è una diversificazione delle risposte: vivendo bene; confrontandomi con le persone e chiedendo aiuto; esercitando la speranza verso le persone anche se si percepisce la difficoltà; proteggendosi senza chiudersi in se stessi.

 

5) Sento di essere aiutato dalla Associazione?

A parte un genitore che non ritiene necessario l’aiuto della Associazione per problematiche personali, tutti gli altri hanno risposto positivamente, specificando che la condivisione, il confronto, l’aiuto e l’incoraggiamento reciproco contribuiscono all’arricchimento e a non sentirsi soli.

 

6)  Mi sento di contribuire con la mia presenza e testimonianza al benessere dei Soci?

Alcuni genitori sanno di contribuire con la condivisione della loro esperienza e ne sono orgogliosi, altri sperano che il loro contributo sia apprezzato, due non sanno ancora come contribuire.

 

Un breve commento: dalle risposte emerge che l’Associazione è un “luogo affettivo” dove le persone possono trovare altre persone con cui condividere le preoccupazioni riguardanti la vita sociale e quelle specifiche riguardanti i DCA delle figlie, in libertà, senza timore del giudizio altrui (nessuno l’ha citato), con un rapporto franco e arricchente.

Nonostante la percezione della violenza esercitata dai comportamenti di persone anonime e vicine nei confronti propri e delle figlie, è un luogo dove è possibile sperare, valutandone in modo oggettivo il valore grazie alla condivisione dei risultati conseguiti con le cure e con la reciproca attenzione. Non tutti sono tranquilli e positivi, perché in alcuni prevale la confusione e la delusione per motivi relazionali: ciò evidenzia i diversi livelli nei quali si trovano i Soci, ed esalta le possibilità che l’Associazione Eumenidi offre a chi si trova in difficoltà attraverso l’ascolto non giudicante e la vicinanza emotiva e affettiva tra i Soci. Non trascurabile è anche il contributo culturale che l’esperienza di riflessione sulla trasformazione antropologica in atto fornisce.

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